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SONO MAGGIORENNE ESCI
Lui & Lei

La noia


di Eulalia
24.11.2025    |    2.270    |    15 9.9
"” La mia decisione viene facilitata da dita che leggere spostano i miei capelli per farsi strada lungo il collo dietro all’orecchio..."
Che noia!
Una caterva di messaggi corredata di cazzi duri ripresi da diverse angolazioni accompagnati dai vari “Ti piace! Ti piaccio!”. Pance piatte da apnea, altre sixpackate, peli si, peli no, tettine da terza età e pare che per tutti sia sufficiente avere un bel culo per essere la donna dei sogni erotici più spinti.
E respirare, dimenticavo che è fondamentale che io respiri ancora.
Si fa strada anche una nuova categoria: ragazzi tra i 20 e i 25 anni. Si promuovono come i PR anni 80 davanti alle discoteche, elogiando le loro prestazioni, millantando chissà quali acrobatiche esperienze da letto con una, due, millanta persone; e loro, eroici martelli pneumatici, non hanno lasciato nessuno insoddisfatto. Alla fine, si tratta di una tacca sulla cintura, il poter dire alla prossima “Guarda che ho scopato una più vecchia di me di oltre trent’anni!” Sai che soddisfazione.
Tutta una prestazione e un consumo.
Chiudo gli occhi e per un momento mi immagino cosa voglio davvero.
E mi immagino tempo. Tanto tempo affinché delle mani calde mi possano spogliare, delle labbra umide possano creare nuovi percorsi sul mio corpo. Sento quasi come vengo girata e rigirata in un crogiuolo di piacere fatto di carezze, l’attrito dei polpastrelli sulla mia pelle. La differenza fra un dito e una mano piatta che risale i fianchi. Allo stesso modo fantastico su come io possa indagare un corpo caldo e maschio che non abbia fretta. Percorrere le cosce in un viaggio senza tempo che finisce ai capezzoli, seguire i contorni di un cazzo teso, ma non frenetico. Percepire sull’indice la prima umidità da portarmi alla bocca. Due corpi che ancora respirano con calma e sperimentano la reciproca presenza, scartandosi dagli abiti senza fretta. Una sospensione nel piacere, un preambolo privo di pratiche da manuale.
Riapro gli occhi dimentica di essere al bancone di un pub. Questo sottofondo jazz rilassante misto al borbottio della gente distribuita sui divanetti mi ha permesso di sognare bene.
Ordino un altro gin tonic, mentre scorro i messaggi sulla app: sia mai che in mezzo a tutte quelle parole si possa trovare qualcosa di adatto a me.
Leggo di abili leccatori e, non so come, sento solo fiumi di saliva fredda che colano lungo le mie cosce. Anche gli esperti amanti stasera mi danno la sensazione di un libretto di istruzioni con menù preconfezionato. Quasi tutti certificati procuratori di orgasmi alla ricerca di qualcuno con cui sperimentare le loro capacità. Ci sono anche coppie che promettono erotiche sintonie e maliziose affinità, ma solo dalle 20.00 alle 23.00, perché poi la babysitter ha finito.
Scambio qualche battuta in chat senza avere mai la certezza del mio interlocutore, sarà lei, sarà lui, sarà uno che stufo di farsi seghe si inventa una vita per mettere le mani su una donna, una qualsiasi, predisposta al piacere visto che si trova anche lei lì sul sito. In fondo si sentono tutti capaci visto che il cazzo ce l’hanno e che gli si rizza anche solo all’idea di scopare non importa chi.
“Il prossimo glielo offro io se risponde ad una mia domanda.”
In effetti ad ogni messaggio ho bevuto un sorso e nel bicchiere tintinnano desolati due cubetti di ghiaccio separati da una fettina di limone.
Con una certa cautela cerco di ruotare sullo sgabello per vedere chi mi ha parlato alle spalle.
Sul fatto che fosse un uomo non c’era dubbio.
È uno di quelli qualsiasi, né bello né brutto. Da come è seduto è anche difficile valutare il suo corpo, dal suo sguardo incatenato ai miei occhi non si capiscono nemmeno bene le intenzioni.
“Rispondo”, sintetica con un sottotono antipatico già pronta ad elargire un no alla classica domanda sul finire la serata assieme. E non importa di essermi messa le autoreggenti.
Fa un gesto al barista che produce un altro gin tonic. Me lo serve con una certa complicità che non capisco da dove provenga. Forse sono io che ho fantasticato troppo, ma ho la sensazione che questo drink mi porterà altrove.
L’uomo in questione si gira verso di me:” Non ha mai preso in considerazione di interagire direttamente con le persone senza la mediazione di una app?”
Sono sorpresa, non me l’aspettavo.
Butto lì un sì e bevo un sorso.
“Dalla quantità e lunghezza dei messaggi che invia, suppongo che lei sia in grado di articolare una risposta più complessa, che ne dice?”
Il tono indifferente da conversazione da bar, mi fa sentire presa in castagna, come se fossi io quella che pensa male, che gioca sporco senza scoprire le carte.
“Dipende da quale aspetto le interessa di più dell’interazione umana.”
“Ad esempio, il dialogo: non trova sia molto meglio parlarsi vis a vis? Ogni parola una piccola sonda che riporta immediatamente la reazione dell’interlocutore.”
Mi spiazza quest’uomo, mi rende nervosa. Non è prevedibile, anche se in un certo senso lo è.
“Si, lo è. È molto più divertente, permette di aggiustare il tiro in corso d’opera. Cosa le riportano le sue parole?”
“Scelta interessante il riferimento alla mira, come se ci fosse una preda da abbattere, un obiettivo da centrare. Vuole andare sul personale con una conoscenza da bar?”
Certo che volevo andare sul personale, è un pensiero che mi colpisce all’improvviso. Forse dovute alle mani curate che accarezzano il bicchiere.
“Qualsiasi conversazione e opinione è personale, quindi perché no.” Cerco ancora di mantenere le distanze anche se sono molto interessata, forse troppo a sentire la mia fica. Ma stasera mi accontenterei anche di una conversazione interessante, tutto questo spogliarsi e agitarsi uno sopra l’altro mi stanca ancora prima di iniziare. Non so nemmeno di cosa avrei voglia davvero stasera.
Con un tono da marpione esordisce con il classico sesto senso che gli dice una marea di cose su di me, fra cui che sono stanca, annoiata e stufa delle solite cose. Nessun riferimento esplicitamente sessuale, ma i sottotoni sono quelli. Lo capiscono i miei capezzoli, ritti e duri.
Continuiamo a filosofeggiare sul senso della vita, sull’obbligo di dare per avere e finiamo per parlare spalla a spalla. Non ho nemmeno più idea di quanti gin tonic mi sono fatta.
“Non si preoccupi” mi rassicura “non ne ha bevuti ancora troppi, non mi piacciono le donne ubriache. A mio avviso ne ha bevuta la giusta quantità per sentirsi davvero rilassata senza però perdere coscienza di sé. Diciamo che è a qual punto per cui le piacerebbe qualcosa di più comodo rispetto a questo sgabello, sarebbe disposta a chiudere gli occhi e a lasciare accadere le cose attorno a lei.”
Si, era vero. Avrei voluto reclinare il capo ed essere viziata ad occhi chiusi, senza responsabilità di reagire o dimostrare qualcosa. Mi sarebbe piaciuto lasciarmi andare, galleggiare senza peso.
“La sua valutazione non è del tutto sbagliata.”
“Allora chiuda gli occhi per una piccola esperienza sensoriale.”
Lascio cadere le palpebre e appoggio il mento alle mani. Mi sento più stabile con i gomiti appoggiati al bancone.
Qualcosa di fresco e salino mi passa sulle labbra. È liscio e acidulo. Mi scivola in bocca ed è un’oliva.
“Ancora?” mi chiede. Annuisco, non voglio nemmeno parlare.
Ritorna la liscezza di prima, ma accompagnata da un respiro tiepido all’aroma di whisky che mi solletica le narici. È una lingua quella spinge l’oliva nella mia bocca; delicata, saporita, cerca il contatto fugace con la mia. Lascio che accada. È un bacio passivo fatto di tocchi lievi, di labbra che si sfiorano. Un piacere vago e promettente. Quando si stacca rimane una nostalgia per questo contatto che non avrei voluto interrompere. Allo stesso tempo però non voglio nemmeno prendere l’iniziativa. Nella mia testa si fa strada l’idea di affidarsi a questa persona. L’idea si diffonde come lava nelle mie vene e mi riempie di bagnata aspettativa.
Prende possesso della mia mano, scopre il polso e sento movimenti circolari che arrivano fin sul palmo.
“Un’altra sensazione gradevole, immagino. Se vuole può appoggiarsi, alle sue spalle troverà qualcosa.”
Inclino piano la schiena e trovo un corpo solido, caldo. Mi rilasso e penso: due.
Sono pazza? Sicuramente incosciente.
Ma le carezze che dal palmo seguono l’interno dell’avambraccio, sono così gradevoli e rilassanti, così come il respiro alle mie spalle ha un effetto calmante ed eccitante assieme. Il torace che si espande mi culla.
“Potremmo proseguire in questa esperienza, ma affinché sia il massimo per lei, cara signora, dovrebbe acconsentire ad essere bendata. Ci occuperemo di lei in maniera accurata senza lasciare questo locale, ormai vuoto e desolato. Acconsente? Ci pensi un momento senza aprire gli occhi.”
La mia decisione viene facilitata da dita che leggere spostano i miei capelli per farsi strada lungo il collo dietro all’orecchio.
Soffio un sì.
Un tessuto morbido mi avvolge la testa coprendo gli occhi. Vengo tirata in piedi. Passi si allontanano. Rumore di una serranda che scende, di una chiave che chiude una porta e subito dopo il calore di due corpi vicino a me.
Due braccia da dietro raggiungono la mia camicetta che viene sbottonata con garbo, calata lungo le spalle con una carezza. Un altro paio di mani abbassa le spalline del reggiseno, mentre scende la zip della gonna lungo l’ultimo pezzo di spina dorsale scatenando un ruscellare di brividi.
Sono immobile e mi lascio fare da questi due sconosciuti.
La gonna cade.
Con le mani sulle mie cosce dice:” Avevo visto bene il bordo delle sue autoreggenti.” Un devoto bacio a stampo plana sul velo che copre il mio monte di venere prima che le mie mutandine inizino a calare.
Sulla schiena sento il tessuto di una camicia, suppongo del barman.
In tacchi e calze davanti a due uomini vestiti mi scappa un gemito.
Sono schiacciata fra di loro, sento due erezioni che premono su di me, sento le loro mani calde percorrere il mio corpo, sento le loro labbra asciutte sulla mia pelle.
Seno, sterno, clavicola, collo, zigomo e infine labbra.
Affamata apro la bocca per accogliere questo bacio e sono due le lingue che si rincorrono sul mio palato.
È troppo per le mie gambe che cedono all’eccitazione di questo bacio a tre.
Plano su un divano. Vengo sdraiata.
Labbra percorrono curve e anfratti con sottofondo di vestiti che cadono.
Pelle nuda sulla mia pelle e due bocche che si occupano di me.
Il mio clitoride viene risucchiato in un vortice di piacere assieme ai miei capezzoli che trovano un alloggio perfetto fra i denti di qualcun altro.
Non mi importa, devo e posso godere.
I miei umori colano fra le gambe ancora chiuse, li sento come bagnano l’inizio della fessura fra le natiche.
Un massaggio li spalma bene fra le grandi labbra, due dita si fanno strada nella mia fica che non ha fatto suo il concetto di rilassatezza. Lei è avida di essere penetrata e sbattuta.
Allungo le mani e sento questi corpi lisci. Incontro un culo solido e teso, doppio un fianco e soppeso dei testicoli sodi e pieni.
Ma del cazzo trovo solo la radice, il resto scompare dentro ad una bocca calda e morbida. Seguo le labbra che si ritraggono lungo l’asta dura e bagnata fino arrivare alla cappella e scivolare con medio e indice in questa bocca accogliente.
Non so se è questo braille del sesso a mandarmi fuori di testa o le due dita che mi stantuffano senza sosta. È solo che questo orgasmo mi disarticola tanto spalanco le gambe, tanto ne voglio di più.
Nemmeno mi accorgo di stringere quell’uccello nervoso fra le mie mani, finché non me le levano e incrociando i miei polsi me li fissano con qualcosa di morbido, da cui pare impossibile liberarsi soprattutto perché non voglio.
A quattro mani mi girano e mi ritrovo a carponi su questo divanetto dove i miei orgasmi si rincorrono lungo il mio corpo, grazie a mani, dita, labbra e lingue. Ogni pertugio è stato indagato, insalivato e penetrato. Sono allo stremo e allo stesso tempo ne voglio ancora, di più.
I due cazzi mi sfiorano. Si appoggiano e io muovo i fianchi, perché li voglio. Loro me li negano facendomi godere in mille altri modi.
Ma nella mia testa è un chiodo fisso: ho bisogno di cazzo. Lo voglio, subito, a fondo, ovunque.
In qualche modo non ho il coraggio di parlare, o forse nemmeno la forza. Come se non volessi spezzare questo incantesimo erotico che avviene con il mio corpo alla loro mercé.
Ma arriva il momento.
Qualcuno si infila sotto di me, e un paio di mani accompagnano un uccello duro e massiccio nella mia fica. È una liberazione sentire questa colonna di piacere che mi apre e riempie, non riesco a trattenere i gemiti di piacere e soddisfazione. A cavallo vorrei muovermi, dondolarmi su quest’asta, vorrei fare leva sulle gambe per alzarmi e abbassarmi su questo cazzo.
Non posso.
Mani decise mi trattengono, impalata li. Mentre altre mani mi aprono il culo, insalivano il mio ano. Mi rilasso in attesa di venire sodomizzata e solo il pensiero mi fa uggiolare di piacere.
Due cazzi solo per me, tremo dall’aspettativa e infine lo sento farsi strada.
Mi apre e dilata in maniera inverosimile per appaiarsi all’altro che già mi riempie, separati solo da una sottile parete di carne.
Il piacere è indescrivibile, coinvolge tutto il mio corpo compresso fra loro due.
Cieca e con le mani immobilizzate mi lascio andare ai loro movimenti lenti e profondi, ai baci, ai sospiri e dalla mia gola gorgoglia solo un “Per favore, scopatemi, per favore.”
Il bisogno di essere posseduta in ogni remoto angolo della mia persona esplode nel momento in cui sincronizzano le stoccate sempre più frenetiche e potenti, sono insaziabili e senza freni.
Mi sbattono senza riguardo, celebrano il mio corpo a suon di cazzi.
Niente mi trattiene più, libera di urlare il mio infinito piacere mentre si riversano entrambe dentro di me.
Ancora incastrati riprendiamo fiato immobili in questa calma dopo la tempesta.
Le mie mani ora sono libere di percorrere questi due corpi caldi e sudati.
Alla fine, ci ritroviamo abbracciati, mi levo la benda.
Era davvero il barman a fare da secondo a questo avventore.
Ci rivestiamo con calma, baciandoci e strusciandoci.
Sono stordita e sazia di piacere.
Non ci sono parole per questo momento.
Non esiste “È stato bellissimo” e nemmeno un “Ciao, a presto”, il silenzio è l’unica cosa che si abbina al nostro sentire.
In tre ci avviamo all’uscita sul retro, nel vicolo ancora una volta le nostre lingue si incrociano e sotto al cielo che va rischiarando e ognuno va per la propria strada con un cenno.
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